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Il segreto dell'assassino
È in libreria il mio nuovo romanzo, Il segreto dell'assassino, edito da Leone Editore. Il vice questore Prisco alle prese con due efferati omicidi in fotocopia, un killer fantasma e una speculazione edilizia in odor di camorra.

Lanfranco uscì dai bagni del parcheggio in cui aveva lasciato la macchina che usava per il lavoro, dirigendosi verso la Smart cabrio che lo stava aspettando. Con un gesto nervoso cercò di ravviare i capelli, che portava piuttosto lunghi. Sbloccò la chiusura dello sportello e sedette al volante; la chiave d’accensione trovò la sua strada solo al terzo tentativo.
Amava, con qualsiasi tempo e in qualsiasi stagione, la strada che da Bosa portava verso nord, quasi sempre a picco sul mare; ma era in primavera che il profumo delle ginestre lo accompagnava, curva dopo curva, al suo rifugio di Alghero, l’unico posto in cui vivere significava fare quello che voleva e non essere costretto a fare cose che detestava. L’unico posto in cui poteva vivere con Miia.
Non quel pomeriggio, però. Il mare, la macchia spruzzata di ori gialli in cui la strada sembrava galleggiare, l’asfalto screpolato, tutto si confondeva nel parabrezza senza attirare la sua attenzione.
Erano passati giorni ma ancora i suoi pensieri erano dominati dai ricordi: la voce di Gregorio che lo chiamava dopo averlo riconosciuto, il suo sguardo più derisorio che incredulo, le sue parole insinuanti. E poi il crack della pistola, l’odore della benzina, il fuoco.
Non era colpa sua, era stato costretto, quello stronzo di Mulas ce l’aveva tirato per i capelli. Non avrebbe voluto né certo gli era piaciuto farlo ma quando era venuto il momento l’aveva fatto come era abituato a far tutto: bene e senza errori.






C'รจ un sole che si muore

Dopo il successo estivo è già in ristampa C'è un sole che si muore. Racconti gialli e neri da Napoli e dintorni, ed. Il Prato: una torrida antologia noir, con un mio racconto; curata da Diana Lama e Paolo Calabrò, di Napolinoir. A breve anche l'ebook.

— Che c'è stavolta, Femià?
Il sovrintendente della stradale Rosario Di Gennaro mi guardò con condiscendenza, rimanendo seduto al suo posto di combattimento: un tavolino del bar Russo. In quel pomeriggio torrido d’estate aveva la giacca sbottonata a mostrare un generoso panzone e col cappello, tenuto per la visiera, si sventolava in viso alla ricerca di un’improbabile frescura.
— Ho bisogno del tuo aiuto come al solito, sovrintendé.
Sapevo che per farmi raccontare qualcosa da Di Gennaro bastava stuzzicarne la vanità.
— Vediamo se posso — rispose, con la stessa prudente benevolenza con cui un monsignore avrebbe accordato la sua intercessione a un peccatore incallito. — Di che si tratta?
— Il fatto del carro funebre, sovrintendé.
La maschera placida del poliziotto s'incrinò per un istante; il tempo di compiere una rapida, apotropaica ispezione manuale sotto al tavolino e il sorriso tornò sulle sue labbra.
— Mo' pure dietro alle casse da morto ti mandano? Che vuoi sapere?
Gli restituii il sorriso.
— Tutti dobbiamo campare.